Stamattina, mentre dragavo il fondo del palinsesto televisivo, sono approdata su un programma che raccontava storie di vita.
Vita dei signor nessuno.
Di quelli che il nobel non lo vincono, ma sanno fare il pane buono.
Ecco, c'era questa vecchina con tutta la sua vita aggrappata ad un tavolo. Sorrideva e guardava in alto, verso la cima del giornalista che le stava di fronte.
Le borse sotto gli occhi sembravano piene di storie fantastiche e tra le rughe si nascondevano figli, nipoti, il marito, amori in bianco e nero, il sapore della luna sull'acqua e del sole sul primo gelato: potevo quasi vederli far capolino dalle trincee della fronte, mentre la mano destra partiva per orbitare intorno all'orecchio, lenta e delicata come lo sbiadire di una foto.
"Ho fatto i buchi alle orecchie una settimana fa. Li ho sempre desiderati, ma non li ho mai fatti. Adesso mi servono per rendere la morte più carina", ha detto sorridendo.
Dietro i suoi due denti ho visto più vita di quanta ne vedo ogni mattina mentre mi specchio.
Un paio di semplici e poco rumorosi orecchini che però ancora adesso mi urlano in testa.
Proprio due giorni fa su Meemi ho chiesto cosa ne pensassero i memers riguardo alla body modification di qualsiasi genere, convinta di aver posto la domanda seduta sul cucuzzolo di una montagna, nell'aria pura e priva di pregiudizi nei confronti di chi modifica il proprio corpo in qualsiasi modo, dall'orecchino invisibile all'innesto alla Klingon.
E poi vedo questa vecchietta, che probabilmente sentirà la prossima primavera crescerle sulla tomba, aizzarmi contro i suoi orecchini. Faccio due passi indietro e caracollo giù dalla montagna: in verità ho sempre pensato che si può far a meno delle cose non finalizzate alla propria sopravvivenza, anche se non ho mai giudicato chi non si priva di certe cose. Erano libere fuori di me, ma non dentro di me.
Ho riflettuto molto sulla metafora degli orecchini.
A pochi respiri dalla morte era necessario farsi un paio di buchi alle orecchie?
Sì, lo era. Semplicemente.
All'improvviso quelle che prima mi sembravano due vite da scegliere si sono accoppiate diventando un'unica vita.
Una vita seria e una in cui giocare hanno la stessa pelle, gli stessi organi, nascono, vivono e muoiono insieme, non si dividono.
Vale per tutto.
Fin da gnomi ci insegnano che l'importante è essere e non apparire. Ma esiste un confine tra l'essere e l'apparire? La voglia di apparire non è qualcosa che forse è spinta dall'essere? E' sempre apparenza quando installiamo qualcosa al di fuori del nostro corpo? Può essere anche qualcosa di noi che si è stufato di stare nel buio e ha un irrinunciabile bisogno di sole?
Ieri avrei detto solo "Se ne può fare a meno", oggi penso che se ne può fare a meno nel momento in cui si ha la certezza che oltre a questa abbiamo altre vite nel cassetto e allora possiamo permetterci di rinunciare al gioco di un orecchino, ma non è così.
Lei è una e centomila, tuttavia con lei moriranno tutte le altre.
Rispetto alla vita dell'universo è breve, ma la si può rendere più carina e adesso penso che sia quasi obbligatorio farlo.
Una riflessione simile la feci quando sentii Cossiga fare il DJ K alla radio per "Un anno da pecora", pensai che faceva benissimo a non prendersi sul serio e a divertirsi. Ora che è morto ne sono certo.
RispondiEliminaInfatti. ;)
RispondiEliminaLa vera forza, credo, sta nella distanza oggettiva.
RispondiEliminaE' proprio quando possiamo conquistare, ebbene si anche vantare, una distanza oggettiva dalle cose che possiamo poi liberamente sceglierle o rinunciarvi.
Ha desiderato, quella donna, quegli orecchini proprio perchè avrebbe potuto farne a meno. Ha fatto senza, infatti, per tanto tempo.
E' asfittico lo spazio, se pur consti in parecchi kilometri, di chi mette più distanza possibile dalle cose, dalle persone, dalle emozioni per esserne indipendente.
E' come una sorta di anestesia che offre, al più, una parvenza di risposta ai bisogni di un falso sè despota e perturbante, con su il trucco di mille bagordi indigeriti.
Perchè, giriamola quanto vogliamo, di fronte ad un bisogno si è sempre così maledettamente bisognosi e poco liberi.
La scelta di essere carina verso la morte è profondamente libera, quanto forse non possiamo neppure capire appieno, nella misura in cui quella signora rappresentava semplicemente se stessa e la carineria che già c'è dentro. L'equidistanza oggettiva, la potenza vera della sua scelta, sta proprio nel fatto che avrebbe davvero potuto farne a meno senza esserne minimamente menomata.
Qui sta la grandezza, pur in un gesto così piccolo, del suo desiderio e della sua scelta.
Desiderio e libertà allo stato puro, direi...
Provo un'indicibile ammirazione.
Un qualche dio, la benedica e l'abbia in gloria.
Andrea Fassone, (fassone.andrea@gmail.com)